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"IN IRAQ NON CI SONO MAI STATE ARMI I DISTRUZIONE DI MASSA" Di Franco Probi Non c'era traccia di armi di sterminio in Iraq al momento dell'inizio della guerra voluta dagli Stati Uniti. Non c'e' traccia oggi, nonostante e dopo innumerevoli bombardamenti, morti, feriti, distruzioni ed una pesante occupazione militare. Questa e' la conclusione a cui sono giunti gli esperti di Washington in un rapporto consegnato alla Casa Bianca poco prima di Natale e che presto verrā girato al Congresso per le opportune valutazioni. La notizia e' stata diffusa oggi dal Washington Post e subito ripresa da tutte le agenzie: l'unita' investigativa ISG (Iraq Survey Group) - coordinato da Charles A. Duelfer - non ha rinvenuto in Iraq alcun tipo di armi di sterminio chimiche, biologiche o nucleari. L'unica "consolazione" per George W.Bush potrebbe derivare dall'asserzione, fatta dagli esperti, secondo la quale Saddam Hussein avrebbe voluto produrre tali armi, ma non ne aveva le capacita'. Una consolazione assai magra visto che nella sostanza il rapporto contraddice le tesi con le quali si giustificava l'intervento militare in Iraq. Le conclusioni finali dell'indagine saranno pubblicate in primavera, ma le anticipazioni fornite dal Washington Post sono da piu' parti considerate sufficienti per riaprire una nuova e piu' approfondita riflessione sulle ragioni di una guerra che per tanto tempo ancora si portera' dietro una tragica scia di sangue e di rancori. In effetti la situazione complessiva in Iraq e' talmente critica che lo stesso primo ministro Allawi ha oggi dichiarato che in numerose zone del Paese non si potrā votare il 30 gennaio, riconoscendo l'impossibilita' di normalizzare il territorio in tempo utile. Sacche di resistenza piuttosto cospicue continuano ad interessare diverse provincie, soprattutto quelle centrali, mettendo in grave difficolta' il sistema di sicurezza nazionale, ancorche' sostenuto dalle forze militari statunitensi. Come se non bastasse, oggi si sono dimessi oggi undici componenti della commissione elettorale di Tikrit, cittā natale dell'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Lo riferisce una corrispondenza della BBC World Service, aggiungendo che all'origine della decisione, ci sarebbero non solo pesanti minacce personali, ma anche l'appello dei militanti dei gruppi sunniti a boicottare le prossime elezioni generali. Nella provincia di Salaheddin, di cui Tikrit č la capitale, fino ad oggi si sono dimessi in 46: pochi giorni fa era stata la volta dell'intera commissione di Samarra, 24 funzionari, e degli 11 membri di quella di Bayji. Tuttavia il governo provvisorio iracheno ribadisce che le elezioni si svolgeranno regolarmente alla data prevista. E' stato il ministro degli esteri Hoshyar Zebari ad escludere ogni ipotesi di rinvio; in un'intervista al quotidiano egiziano "Al Ahram", Zebari ha dichiarato che le elezioni "si svolgeranno con la partecipazione di chi lo desidera. Coloro che le boicotteranno rinunceranno alla possibilita' di far sentire la loro voce". Rifacendosi in qualche modo alle dichiarazioni di Allawi, Hoshyar Zebari ha indicato che le autorita' saranno in grado di garantire il voto in 14 delle 18 province irachene, a dispetto delle attivita' della guerriglia.
da WarNews Notizie dai conflitti nel mondo
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