IRAQ, GENOCIDI E MENZOGNE CHE DURANO DA 14 ANNI

Non esistono dati certi sui morti della Guerra del Golfo del 1991. Le stime oscillano tra 30.000 e 200.000, se consideriamo anche le vittime della repressione dei curdi e degli sciiti che Saddam Hussein scatenò, con il tacito assenso della coalizione vittoriosa, subito dopo la fine delle operazioni. Sappiamo però che sono morti migliaia di civili sotto i bombardamenti e che migliaia di soldati iracheni, obbligati a vestire la divisa, furono bruciati vivi dall'aviazione alleata, dopo la firma dell'armistizio, sulla famigerata "autostrada della morte" che collegava Kuwait City all'Iraq.

Saddam non voleva che l'opinione pubblica conoscesse gli effetti della sua politica, dopo che la guerra con l'Iran (1979-1988) aveva provocato centinaia di migliaia di vittime tra gli iracheni (e molti di più tra gli iraniani). Né lo voleva la coalizione mondiale, a guida Usa. Dopo aver finanziato la guerra di Saddam contro Khomeini, americani, europei e regimi arabi non potevano ammettere che la cacciata degli iracheni dal Kuwait avesse provocato un disastro umano, economico e ambientale per gli innocenti, cioè i civili oppressi da Saddam.

Con le sanzioni Onu iniziate subito dopo la "pace", l'istituzione della No FlyZone e il programma Oil for Food, la guerra contro il popolo iracheno continuava contro i civili. A migliaia sono morti sotto gli incessanti bombardamenti americani e inglesi. Oil for food permetteva a Saddam e ai suoi pretoriani di fare affari e di restare al potere. Ma la popolazione era privata di cibo, medicine e carburante, di tutto. Come disse un funzionario americano, "Gli iracheni sarebbero tornati all'età della pietra se non si fossero liberati del dittatore". Così, con un'ipocrisia e un cinismo che hanno pochi paralleli nella storia, la responsabilità della dittatura veniva fatta ricadere sugli oppressi, affamati da quelli (come Bush Sr e Donald Rumsfeld), che fino a pochi mesi prima consideravano Saddam un baluardo dell'occidente e della civiltà contro il pericolo islamico.

Secondo l'Unicef, funzionari Onu incaricati di applicare l'embargo (e poi dimessisi per protesta) e numerose Ong, le sanzioni hanno provocato direttamente o no la morte di un milione e mezzo di persone, soprattutto anziani e bambini (almeno 500.000). Le sanzioni sono state approvate dall'Onu, dai governi di Clinton, Blair e dei socialisti francesi e confermate anche dai governi italiani che si sono succeduti da) 1991 in poi. La grande stampa internazionale ha minimizzato il genocidio, giocando con le cifre e irridendo i "catastrofisti". Poi la verità è stata riconosciuta anche da giornali come il "New York Times", ma confinata nelle pagine interne.

Nell'inverno 2002/2003, Bush Jr e Blair hanno preparato la guerra contro l'Iraq raccontando al mondo la colossale menzogna delle armi di distruzione di massa di Saddam. La menzogna è stata presa per buona dai media americani, volontari nella guerra infinita contro il terrorismo, ed è durata finché, dopo la presa di Baghdad, si è sgonfiata da sola. Timide ritrattazioni sono comparse sui media che l'avevano diffusa, ma pressoché nessuno, negli Usa e fuori, ha protestato contro il sequestro dell'informazione di guerra durante l'invasione del marzo 2003 e il sistema dei giornalisti embedded, arruolati al seguito delle truppe. Chi ha tentato di informare in modo indipendente l'ha fatto a suo rischio e pericolo o è divenuto, come Al Jazeera o altre emittenti arabe, un bersaglio delle forze Usa. Fino all'inverno 2003/2004, quando la resistenza contro l'invasione ha rivelato la sua forza e la sua diffusione, i media e gli "esperti" di tutto il mondo hanno sottoscritto la versione ufficiale della "normalizzazione" dell'Iraq. Dall'aprile del 2004, la resistenza (che nessuno poteva più negare) sarebbe divenuta opera di "terroristi". L'esistenza di combattenti stranieri, presenti da quando gli anglo-americani hanno messo a ferro e fuoco il paese, è divenuta la giustificazione per l'occupazione illegale e criminale di un paese sovrano.

I dati sulla guerra in Iraq raccontano una verità totalmente diversa. Nell'invasione, Usa e Gran Bretagna hanno avuto poco più di 150 caduti, mentre sono morti più di 10.000 iracheni (in gran parte civili). Nel 13 mesi trascorsi dalla celebre dichiarazione di Bush Jr sulla "missione compiuta", le forze di occupazione hanno perso 1400 uomini e circa 200 civili, soprattutto mercenari e addetti alla sicurezza, mentre le stime indipendenti parlano almeno di 100.000 morti iracheni, nella grande maggioranza civili non combattenti.

Nonostante la favola della democratizzazione e delle "libere elezioni", l'Iraq è oggi il terreno di una guerra di cui non si vede la fine e che ricade interamente sulla popolazione civile. Questa è vittima di bombardamenti indiscriminati, è coinvolta in scontri, attentati, sequestri ed estorsioni, ed è priva di possibilità di esistenza decente in un paese in cui le

poche infrastrutture che esistono sono esclusivamente al servizio degli occupanti. Chi terrà mai il conto dei civili, bambini, vecchi e donne che muoiono e continueranno a morire sotto il fuoco, di stenti e di mancanza di cure? Chi parlerà in nome dei prigionieri e dei sospettati? Chi rivelerà le torture e i misfatti che accompagnano ogni guerra?

Noi italiani siamo coinvolti. Il nostro paese partecipa all'occupazione dell'Iraq. Il governo in carica ha appoggiato la guerra e tace sulla data di ritiro delle truppe. Noi, come esseri liberi e come cittadini di un paese in guerra, siamo tenuti a lottare contro il genocidio degli iracheni. Noi siamo tenuti a perseguire la verità. Noi ci opponiamo all'invasione e alla guerra in Iraq perché NON È IN NOSTRO NOME.